Perché occuparsi di non profit
07 Apr 2017

Perché occuparsi di non profit

Un pregiudizio atavico

Il nonprofit sconta un equivoco atavico: quello di non aver altrettanto bisogno, al pari del profit, di una strategia di comunicazione. Negli ultimi anni, con il delinearsi della figura del fundraiser, finalmente si è cominciato a superare questo pregiudizio e questo settore ha incominciato a prendere consapevolezza di sé e a ottenere la giusta attenzione, tanto più che, da un punto di vista umano quanto da un punto di vista professionale e lavorativo, esso ha molto da dare, probabilmente più di quando lo stesso profit non sappia più garantire.

In un mercato saturo d’offerta e in cui la globalizzazione ha messo tutto in mano a tutti, i veri bisogni della società sono da ricercare al di là di ciò che rappresenta il puro consumo, ma semmai in termini di servizi, cultura, assistenza. Ovvero ciò di cui si occupa il nonprofit. E con un punto di vista privilegiato, basato su eticità e valori. 



Non sempre le strategie studiate per il profit risultano adeguate ad una committenza caratterizzata da peculiarità inerenti alla propria natura. La linfa vitale del nonprofit è il motore del suo stesso esistere: chi fa comunicazione deve in primo luogo conoscere e avere ben chiari alcuni punti che costituiscono al tempo stesso le necessità e la forza trainante di ogni onlus:

  • LINGUAGGIO: ovvero la capacità di parlare attraverso lo stesso codice espressivo della propria committenza oltre che del fruitore finale;
  • SENSIBILITÀ: ovvero l’attenzione nei veicolare messaggi, siano esse sotto forma di testo o di immagini, calibrati in proporzione all’argomento trattato;
  • ESIGENZE SPECIFICHE: ovvero conoscenza delle peculiarità e delle difficoltà comunicative di un settore particolare rispetto al contesto generale.

Occuparsi di nonprofit oggi richiede la conoscenza delle regole del marketing normalmente applicate al profit, ma con un taglio specifico, tanto più che il mercato di riferimento non è univoco ma si delinea in almeno tre ambiti:

  1. Commercializzazione di prodotti e servizi;
  2. Ricerca dei volontari;
  3. Racconta di donazioni.
Il pregiudizio inverso: quello delle onlus verso il marketing

In un certo senso la diffidenza è reciproca. Per molto tempo, e non del tutto senza motivo, gli operatori del nonprofit hanno interpretato le strategie comunicative proprie del marketing come avulse dalla loro realtà e con scopi troppo commerciali. Tanto più che se l’ottica del profit è orientata verso l’ottenimento di un risultato economico immediato, quella del nonprofit si basa invece sull’ottenimento di un consenso che solo in un secondo momento potrà tradursi in offerta spontanea di collaborazione (attraverso l’apporto dei volontari) o di fondi (attraverso l’acquisto di prodotti o le donazioni).

Tuttavia oggi è impossibile per qualsiasi associazione, persino per quelle religiose, prescindere dall’uso di strategie che permettano l’esistenza stessa e lo svolgimento delle attività dell’associazione stessa.

Perché occuparsi di nonprofit

Detto ciò, risulta ovvio che in questo settore ci sia molto da fare. Abbiamo deciso di accettare questa sfida perché la nostra formazione lavorativa ha avuto interessanti momenti di incontro con organizzazioni nonprofit e abbiamo capito che, per le nostre caratteristiche personali e professionali, è l’ambiente in cui ci piace lavorare.

Inoltre ci piacerebbe sfatare il mito secondo il quale chi fa marteking punta solo a vendere a discapito della qualità del prodotto e inducendo nel consumatore bisogni fittizi, senza tenere conti di quelli reali.

Siamo fermamente convinti che nella nostra società ci sia bisogno di etica, professionalità e approccio umano.

Per questo ci siamo rimboccati le maniche.

 

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