Il potere della personalizzazione
16 Giu 2017

Vi è mai capitato di frequentare un locale, sebbene si trovi in un luogo sperduto, senza possibilità di parcheggio comodo e fuori dalle rotte convenzionali della movida? Ci andate una sera per caso: vi ci porta un amico raccontandovi che è un posto fantastico e che ci vanno tutti quelli del giro. Voi scuotete un po’ la testa, vi interrogate sul senso di un viaggio fino a casa del diavolo tra stradine semi sterrate e tornanti scomodi per chi è avvezzo alla guida cittadina. Smadonnate per il parcheggio sconquassato e per il freddo pungente, pure d’estate, e per i 500/600 metri ancora da percorrere a piedi.

Ma poi, una volta giunti là, vi accorgente che è un posto davvero che spacca. E ci tornerete, sera dopo sera, tanto da non notare più la distanza né la scomodità. Del resto c’è gente che passa la notte in macchina per andare a prendere un caffè in riviera e a godersi l’alba sul mare.

Ecco, ci sono quei posti, quelle attività commerciale, che, sebbene per nulla rispondenti alle logiche del marketing, funzionano di brutto, anche in un’epoca di crisi dove tutto stenta a decollare.

Certo, non sempre è così. Nella maggior parte dei casi i locali di tendenza rispondono, eccome!, alle logiche del marketing, tuttavia, senza voler rendere gli estremi che ho descritto una regola, c’è comunque da osservare che le variabili che contribuiscono a rendere un locale ben frequentato sono numerose e spesso imperscrutabili anche dagli addetti ai lavori.

Qual è l’alchimia che permette ad un locale di diventare un locale che tira? La risposta è un po’ come la ricetta della coca cola. Se la conosci, o almeno pensi di averla intuita, te la tieni ben stretta e non la riveli a nessuno. Ma ben pochi la conoscono, in realtà.

Elementi concreti come la collocazione, la comodità, la possibilità di parcheggio, i prezzi, etc. etc. sono una sorta di contenitori, mentre altri elementi come i prodotti presentati (dall’offerta di cocktail e panini alla marca delle birre fino alle proposte musicali) costituiscono invece il contenuto.

Contenuti e contenitori si fondono contribuendo a creare l’aspetto finale di un locale e a renderlo più o meno appettibile.

Quello che, in un’epoca di omologazione, sembra fare sempre di più la differenza è la personalizzazione.

Ormai è quasi impossibile creare nuovi prodotti. In ogni forma di commercio, tutto è già visto e si torna alla rivisitazione del passato, proponendo nuove formule su sostrati già esistenti.

Ma la scommessa potrebbe essere quella di proporre prodotti studiati per l’esigenze del singolo anziché sulla totalità della massa.

L’esempio del locale continua a essere funzionale, in questo senso.

Potremmo forse dire che una delle componenti che contribuiscono a far funzionare un locale è la caratterizzazione su sé stesso, andando incontro alle esigenze di semplicità dell’utenza anziché  offrendo un modello predefinito?

Quel locale non vi è piaciuto proprio perché esce dagli schemi convenzionali e perché, fin dal suo aspetto estetico e dalla sua collocazione improbabile, vi parla di sé stesso?

E non è questa forse una forma raffinata di storytelling a tre dimensioni?

Ecco, forse anche nel mondo del nonprofit potrebbe valere la pena di prendere in  considerazione la possibilità di creare contenuti personalizzandoli sulla storia del nonprofit stesso, in modo tale da offrire un prodotto capace di sviluppare un marketing intrinseco al prodotto stesso.

Su come realizzare questo modo di intendere la comunicazione, noi alcune idee le abbiamo sviluppate. Voi che cosa ne pensate?

 

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